Ecologia dei siti web.it

3 maggio 06

Organizzare la conoscenza. Intervista a Luca Rosati

di Luca Mascaro

Claudio Gnoli, Vittorio Marino e Luca Rosati, tre nomi noti nel mondo dell’information architecture italiano, hanno pubblicato un libro dal titolo “Organizzare la conoscenza. Dalle biblioteche all’architettura dell’informazione per il Web”.

Già l’indice (in formato PDF scaricabile) fornisce delle ottime premesse specialmente a chi si occupa di organizzazione delle informazioni e progettazione di interfacce sul web.

Maggiori informazioni sul libro sono disponibili sul sito di Luca Rosati nella seguente pagina di presentazione .

Cogliendo al balzo l’occasione ho posto alcune domande a Luca Rosati sul libro e sul mondo dell’architettura dell’informazione.

Quale necessità va a colmare questo libro?

Oggi non abbiamo più bisogno di tomi massicci che spieghino il cosa e il perché della user experience [...]. Ma piuttosto di libri pratici che ci raccontino il come” (Louis Rosenfeld, Rosenfeld Media).

Direi che le parole di Rosenfeld sintetizzano piuttosto bene l’anima del libro. Che è nato anzitutto dall’esperienza sul campo. Ho avuto l’opportunità di lavorare con Claudio e Vittorio su alcuni importanti progetti web che implicavano soprattutto un grosso impegno in tema di classificazione dell’informazione. E così mi sono reso conto che ci si trova spesso a “reinventare la ruota”, quando invece discipline mature come la biblioteconomia (ma anche la psicolinguistica e le neuroscienze) già da molti decenni si sono confrontate con questi problemi. E allora, mi sono chiesto, perché non raccogliere questa eredità.

Da queste riflessioni nate nel contesto operativo è maturato il progetto di ordinare le nostre idee in un libro. Gli obiettivi erano:

  • focalizzare sulla classificazione (in ambienti digitali e non)
  • farlo con un taglio pratico
  • recuperare i principi di organizzazione semantica dell’informazione già elaborati in discipline tradizionali come la biblioteconomia, favorendo il dialogo fra saperi antichi e nuovi.

In particolare, ferma restando l’unicità di ogni progetto e la buona norma di effettuare indagini e test con utenti, noi volevamo piuttosto individuare alcune linee guida generali inerenti la classificazione dell’informazione. Dei modelli in grado di fornire una guida alla progettazione e all’analisi di schemi di classificazione, tenendo comunque conto dell’esistenza di variabili che devono di volta in volta essere adattate al contesto, ai contenuti e agli utenti specifici.

Ma a ben vedere neppure le teorie classiche della biblioteconomia misconoscono l’importanza di queste variabili, cioè – diremmo oggi – l’esistenza di una ecologia dell’informazione (contenuti, contesto, pubblico). Tuttavia, mentre sul calcolo di tali variabili (cioè sulle tecniche di coinvolgimento degli utenti nel processo di progettazione) esistono già molti studi, ci sembrava mancasse una cornice di riferimento riguardante i modelli di classificazione stessi.

Come si costruisce uno schema di classificazione? Quali sono gli schemi principali fra cui scegliere? Quando è opportuno usare l’uno o l’altro? Ecco, a tutto questo abbiamo cercato di rispondere con questo libro.

Il libro è scritto a tre mani, su quali spunti del libro vi siete trovati di più a discutere e ad analizzare le varie problematiche?

Precisamente tre mani più due: ai tre autori principali si aggiungono piccoli ma preziosi contributi di Emanuela Casson e di Simone Fuchs.

L’approccio stesso del libro è quello del dialogo fra i saperi: lavorare a più mani è stata quindi una sorta di conseguenza necessaria. La scrittura a più mani ha permesso uno sguardo maggiormente critico, e questo ha prodotto riflessioni e sviluppi in fase d’opera inizialmente non previsti.

La parte più dibattuta è stata probabilmente quella centrale: i capitoli 5 e 6. Il cui obiettivo era offrire un campionario quanto più possibile esaustivo dei modelli di classificazione adottati in ambito Web e software. Ma soprattutto cercare di offrire contestualmente delle regole pratiche di lavoro.

Mi spiego meglio. Il recente interesse per le faccette da parte dei progettisti web rende più facile reperire dei buoni esempi (best practices) di classificazione analitico-sintetica piuttosto che gerarchico-enumerativa.

Quest’ultima è senz’altro il modello più utilizzato, ma anche quello che meno si rifà alla prassi bibliotecaria, presentando così maggiori difetti. Più raro ancora l’impiego di tesauri o vocabolari controllati come strumenti di classificazione e ricerca. Questo ci aveva condotto inizialmente a una certa disomogeneità nei casi analizzati. Disomogeneità che abbiamo cercato di ridimensionare alla luce di alcune riflessioni. È stato Claudio, infatti, a farci notare che anche l’approccio a faccette è per lo più adottato nel Web in modo “spurio”: le applicazioni che si rifanno a questo schema di classificazione impiegano spesso solo una parte della teoria originaria. Dimenticano spesso, cioè, che ogni sistema di classificazione (quindi anche quello a faccette) non è fatto soltanto di criteri di ripartizione in categorie o classi, ma anche di regole di ordinamento e citazione delle classi stesse, nonché di regole di notazione (simboli adottati per rappresentare in forma sintetica ciascuna classe, e per indicare la loro combinazione).

Per questo, oltre a rivedere i capitoli centrali, abbiamo voluto dedicare un capitolo ad hoc a tesauri e classificazioni per i sistemi di ricerca (il 7) e un altro (il 9) a un nostro progetto per la Pubblica Amministrazione, in cui abbiamo cercato di applicare il modello della classificazione a faccette nel suo pieno potenziale, comprensivo di regole di citazione e notazione.

Secondo te, uno studio avanzato dell’architettura informativa in un sistema software su che tipo di progetti porta forti vantaggi?

Si dice spesso che l’architettura dell’informazione mostri i suoi vantaggi soprattutto negli ambienti (sia software sia web) ad alta complessità o densità informativa. In realtà credo che anche in contesti più piccoli i vantaggi siano molti.

Se dovessi indicare delle tipologie, direi anzitutto i software di content management e document management, la banche dati, le intranet (che sono sempre un mix di software e Web). Ma anche strumenti apparentemente molto più semplici come iTunes o iPod, la famiglia Mozilla, o Google Gmail dimostrano il peso che l’architettura dell’informazione ha avuto nel determinare il successo di questi prodotti.

Quando iTunes ha fatto la sua comparsa sul mercato c’erano già in circolazione molti lettori di musica digitale ben affermati. Qual è allora la novità di iTunes e dell’accoppiata iTunes – iPod? Essenzialmente: l’intuizione architettonica (semplice ma geniale) che ne sta alla base, e che ne fa non solo un lettore di musica, ma un ambiente unificato per archiviare, acquistare, gestire la propria musica. Un ambiente che fonde caratteristiche proprie tanto del software quanto del web. L’assottigliarsi del confine fra questi due mondi è una delle tesi del libro.

A tuo modo di vedere come si evolveranno le scienze che trattano la gestione e l’organizzazione della conoscenza?

In senso dialogico, e in modo complesso (nel senso etimologico del termine, che significa tessuto, intreccio).

La rivoluzione digitale e il progresso scientifico in generale dimostrano che il dialogo e l’intersezione fra le discipline è ormai irrinunciabile. Se la realtà materiale e umana sono complesse (intrecciate) il loro studio dovrà di conseguenza adottare un paradigma altrettanto complesso (intrecciato).

Nell’ambito specifico dell’architettura dell’informazione è soprattutto Peter Morville a sottolineare questo aspetto e a muoversi di conseguenza. Se dovessi fare un altro nome, direi Jef Raskin: difficile dire con precisione se il suo libro Interfacce a misura d’uomo è un testo di informatica, scienze cognitive, filosofia… Probabilmente tutte queste cose insieme.

Sezione: interviste - Argomenti: architettura informazione, design |

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